L’IDENTITÀ PERDUTA: CHI CI HA RUBATO LA FELICITÀ

Seminario residenziale con SAURO TRONCONI a Badia di Sasso (FC) – 4-5 agosto 2016

Incrementare il libero arbitrio per non diventare schiavi di idee ed emozioni altrui

Quando perdiamo noi stessi nell'illusione di essere qualcuno che non siamo, quando non abbiamo modo di sviluppare le nostre peculiarità di individui per vivere degnamente, perdiamo la nostra vera identità. Quella identità che rappresenta la nostra essenza profonda e che, sola, può condurci ad essere felici. Diviene fondamentale, in questi tempi ansiosi e frenetici, trovare il nostro centro profondo, scoprire la forza interiore generata da una personalità che integra l'immagine interiore e quella esteriore, non certo per sopire le nostre passioni, ma per agire più direttamente in ciò che riteniamo giusto per noi. Questo è un seminario di "maieutica", dove si creano le condizioni individuali per la nascita della propria autoconsapevolezza, ma non si incanala la coscienza verso un dogma (verità indiscutibile), si lascia ad ognuno la responsabilità delle proprie scelte. Solo con la libertà di porsi domande, può sorgere in noi la sapienza.Quando perdiamo noi stessi nell’illusione di essere qualcuno che non siamo, quando non abbiamo modo di sviluppare le nostre peculiarità di individui per vivere degnamente, perdiamo la nostra vera identità. Quella identità che rappresenta la nostra essenza profonda e che, sola, può condurci ad essere felici.
Diviene fondamentale, in questi tempi ansiosi e frenetici, trovare il nostro centro profondo, scoprire la forza interiore generata da una personalità che integra l’immagine interiore e quella esteriore, non certo per sopire le nostre passioni, ma per agire più direttamente in ciò che riteniamo giusto per noi.
Questo è un seminario di “maieutica”,dove si creano le condizioni individuali per la nascita della propria autoconsapevolezza, ma non si incanala la coscienza verso un dogma (verità indiscutibile), si lascia al ricercatore la responsabilità delle proprie scelte. Solo con la libertà di porsi domande, può sorgere in noi la sapienza.

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LA FORZA TRAINANTE DEGLI OSTACOLI – Scopi e obiettivi generano di per sé ostacoli e attriti, sta a noi estrarre ed utilizzare consapevolmente l’energia e l’informazione che portano con sé.

Riflessioni a cura di Piero Vattovani e Ariella Gliozzo

 

Tutti noi abbiamo fatto l’esperienza frustrante di come, dopo un po’ che cerchiamo di realizzare un desiderio o di raggiungere uno scopo, qualsiasi esso sia, incontriamo qualcosa che ci ostacola o che ci fa perdere l’entusiasmo e l’energia iniziali: ciò che prima sembrava un compito allettante diventa improvvisamente una fonte di problemi, conflitti o rinuncia. Un cambio di situazione che spesso ci destabilizza attivando automatismi di tipo aggressivo, vuoi verso l’esterno per rimuovere o distruggere l’ostacolo vuoi verso l’interno, con impulsi paralizzanti o auto-colpevolizzanti. A questo andamento altalenante di attivazione e tensione “verso” e di allontanamento e ritiro “da“ sono comunque legate le modalità con cui creiamo, manteniamo o, al contrario, disperdiamo la nostra energia psicofisica e di conseguenza il nostro stato di vitalità e di benessere e il senso della nostra realizzazione.

Ma deve essere proprio sempre così: rincorrere mete che ci sfuggono e lottare con ostacoli che ci sovrastano? Esiste un altro modo che ci consenta di cambiare punto di vista arricchendo nel contempo la nostra rappresentazione della realtà? Per rispondere a queste domande possiamo farci aiutare da una diversa prospettiva, tra l’altro già presente nelle scuole di consapevolezza di tutti i tempi e tradizioni, secondo la quale obiettivi e ostacoli vanno visti non come oggetti separati ma come un insieme dinamico in costante relazione e costruzione reciproca, quasi ad evocare l’unitarietà dei processi trasformativi che ad esempio nella fisica moderna lega il concetto di materia con quello di energia.
In contrapposizione il pensiero comune ci dice invece che la forza e la direzione sta nell’obiettivo, vissuto come parte di noi, e che la debolezza e la disgregazione sta nell’ostacolo, percepito come cosa estranea e diversa da noi.

Per superare questa dicotomia che può generare paralisi ed impotenza, ci viene in aiuto la fisica con le sue leggi: il terzo principio della dinamica (terza Legge di Newton) indica infatti che le forze si presentano sempre a coppie o in altri termini che ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria. Allora diventa più facile comprendere come gli obiettivi che perseguiamo e gli ostacoli che incontriamo fanno parte dello stesso quadro, due facce della stessa medaglia intrinsecamente legate tra loro. Il movimento dell’uno genera necessariamente l’altro e viceversa.
Questa “conversione” dal pensiero comune richiede di allentare le nostre identificazioni con i processi mentali ed emozionali, che proiettano continuamente aspettative soggettive sulla realtà alterandone la sua percezione, per entrare infine in contatto con le cose come sono e come si dispiegano effettivamente.

Le abitudini e le resistenze potrebbero allora suggerire che meglio sarebbe stare fermi, assumere un atteggiamento passivo e rinunciatario: zero desideri, zero obiettivi e zero progetti, per avere zero delusioni, zero ostacoli e zero fallimenti. Ma quindi anche zero vita, perché la vita va in un’altra direzione: è movimento, rischio, cambiamento e, per noi “umani”, anche consapevolezza e comprensione.

Vediamo dunque come la consapevolezza e la comprensione possono trasformare l’ostacolo da blocco a opportunità. In primis aiutano a percepire gli scopi e gli impedimenti come due forze, (attiva/passiva, azione verso/ resistenza a) sempre in movimento, coesistenti e complementari. Poi ci permettono di diventare l’elemento terzo (forza neutrale e di sintesi) che da un livello superiore è in grado di vedere l’azione congiunta delle altre due forze e pertanto di usarle entrambe verso la direzione scelta.

Questi passaggi richiedono però la formazione di un atteggiamento nuovo che è conseguente allo sviluppo di una particolare capacità di osservazione e di attenzione nel presente (mindfulness). Una mente “mindful” consente poi il salto di qualità all’evoluzione interiore e l’empowerment delle capacità di progettazione e di realizzazione nella vita personale e professionale.

In sintesi, perché l’ostacolo manifesti la sua forza positiva, il primo passo è diventare consapevoli che i punti di attrito e di resistenza sono portatori di energia e di informazione tanto quanto i nostri obiettivi. Ci informano che (e come) siamo entrati in relazione con il mondo reale, uscendo da quello mentale del puro desiderio dove, ovviamente, non troviamo ostacoli ma neanche realizzazioni e spesso ci limitiamo solo a inutili dispersioni di energia.

Il secondo passo riguarda il rischio di personalizzare l’ostacolo stesso nel momento in cui associamo ad esso qualche nostra emozione negativa (rabbia, inadeguatezza, paura, ansia, invidia, colpa, pigrizia, ruminazioni, depressioni ecc.) che a quel punto assorbirà immediatamente tutta la nostra energia disponibile. Imparare a osservare l’ostacolo con un certo grado di distacco, vedere dove e come agisce su di noi, lasciare il tempo che ci parli dei rischi e delle paure ma anche dei modi per incontrarlo, abbatterlo o aggirarlo può rivelarsi invece una strategia più efficace che considerarlo un nemico da sconfiggere o da evitare.

Il terzo step, impossibile senza un certo avanzamento nei primi due, chiama in campo l’intelligenza alta, quella nostra facoltà di unire ragione, emozione e visione, per riformulare obiettivi e strategie e per scegliere consapevolmente le direzioni e le azioni opportune, tenendo conto di tutti gli elementi a disposizione, ostacoli compresi.

E’ proprio in questa fase che l’ostacolo, sia che si scelga di affrontarlo, aggirarlo o infine di ridefinirlo, può trasformare e trasferire tutta la sua energia su di noi invece di assorbire o disperdere la nostra.

MEDITATE MANAGER MEDITATE

MEDITATE MANAGER 2

(clicca sull’immagine per aprire l’articolo)

 
 
 

Ecco l’ultima frontiera dello SMART WORKING, la meditazione per far crescere il QI Emotivo di quadri e dirigenti d’azienda che capiscono meglio se stessi e, soprattutto, i dipendenti ….ma per l’Italia è ancora un frontiera lontana …”.

Questo è l’incipit di un articoletto di “Il venerdì di La repubblica del 16 ottobre 2015” in cui si illustra come importanti aziende e multinazionali puntino ora a formare manager consapevoli di sé e dotati di un’intelligenza multiforme (non solo pensiero razionale ma anche emozionale, creativo e contemplativo) che stimola la motivazione, la creatività e l’empatia con se stessi ma anche con collaboratori e dipendenti. E i risultai non si non si fanno attendere… incrementi anche del 30 % di. produttività.

LE EMOZIONI NON STANNO “FUORI” DAL CONTESTO DI LAVORO

A cura di Paolo Fusari (psicologo del lavoro – Trieste)

 

Il termine emozione deriva etimologicamente dal verbo latino “emovere”, che significa trasportare fuori, smuovere, scuotere. Sarebbe sufficiente tale precisazione per comprendere l’importanza delle emozioni anche nel contesto organizzativo e lavorativo. Si rafforza ancora la rilevanza delle emozioni nel lavoro se si considera che l’emozione stessa è una reazione ad un evento esterno o interno a noi, di natura sociale, in quanto avviene in relazione agli altri o a delle situazioni, e che ogni evento può provocare emozioni diverse, anche in funzione del valore che assume per la persona stessa.

 

 

Non esistono emozioni “buone o cattive”

E’ noto che non esistono emozioni ‘buone o cattive”, “belle o brutte” e ciò che conta è invece una efficace gestione delle stesse. Di fronte alle emozioni ogni persona risponde con diverse modalità, anche soggettive, ma prevalentemente in modo fisiologico, tonico, posturale, motorio ed espressivo. Le emozioni ci influenzano sempre, in ogni momento della nostra vita di relazione, perché, ad esempio, di fronte a eventi dello stesso tipo tendiamo a comportarci in maniera differente anche a seconda del buono o cattivo umore del momento. In breve le emozioni “si vedono”, “si esprimono”, “si riconoscono” e per questo è necessario imparare a saperle gestire, soprattutto, ma non solo, nel contesto di lavoro. Ciò diventa fondamentale per acquisire una consapevolezza circa le modalità personali di gestione delle emozioni, per sviluppare la capacità di gestire il rapporto con gli altri, con gli interlocutori critici e nelle situazioni difficili. Consente infine di migliorare la capacità della persona di trasmettere sicurezza ed ottenere consenso dall’altro.

 

Perché l’attenzione alle emozioni sul lavoro

Nei contesti di lavoro le relazioni tra le persone sono anche fortemente emotive, occorre ad esempio imparare a negoziare con chi sta accanto e mediare posizioni, che spesso non sono mai razionali. Riconoscere e saper gestire più efficacemente le emozioni sul posto di lavoro consente poi alla persona di valutare meglio l’ambiente circostante, di prepararsi all’azione regolando il “sistema corpo”, di comunicare le proprie intenzioni e mantenere un necessario monitoraggio personale.

Gestire le emozioni sul lavoro vuol dire operare per il benessere psicologico della persona e dell’organizzazione  in quanto le emozioni sono anche fonte ricca di informazioni ed energia perché  aiutano nel processo di decodifica e comprensione dell’altro.

Nel contesto di lavoro “il lavoro sulle emozioni” rafforza le abilità delle persone e le relazioni, perché sempre più le persone sono il fattore differenziante di una organizzazione, perché in una organizzazione le persone sono e producono maggior valore, perché le emozioni predicono il 55% dei fattori chiave di successo, ovvero della performance.

 

Le emozioni di base e la paura della perdita

La rabbia, la tristezza, la paura e la gioia sono alcune delle prime emozioni di base che una persona manifesta e che ovviamente si provano ed esprimono anche nei contesti di lavoro. Pur non sottovalutando le emozioni di base quali la rabbia, la tristezza e la gioia, quotidianamente espresse dalle persone durante l’attività lavorativa, la crisi attuale del lavoro pone l’accento sull’impatto forte che l’emozione paura (paura della perdita del lavoro) ha rispetto alle reazioni ad un evento stressante. L’emozione paura può essere generata da altre persone o da eventi esterni, da pulsioni o emozioni più interne e le reazioni più comuni possono essere la fuga o la paralisi. Nel lavoro, ad esempio, si può aver paura per la percezione dell’incertezza, per la perdita del senso di sé (autostima, autoefficacia, identità), per la perdita delle capacità di interazione (interpersonali e sociali), per la perdita del potere e del controllo, per la perdita del ruolo sociale, per la perdita della prospettiva temporale (speranza, progetti, desideri), per la perdita dell’autonomia (dipendenza ed assistenza) e per la perdita delle routines personali e comportamentali.

Questo forte panorama di (emozione) paura delle perdite nel lavoro produce effetti altrettanto negativi dal punto di visto emotivo, cognitivo e comportamentale. Possono aumentare altresì, in base alla valutazione soggettiva di ogni persona, il senso di rabbia, di irritabilità, di aggressività oppure il senso di colpa, la vergogna, la paura di non farcela, lo scoraggiamento, la perdita di controllo e della speranza. Le persone possono poi reagire manifestando condizioni di ansia, di depressione, di apatia e autoisolamento con un intorpidimento delle difese ed un abbassamento della stima di sé e dell’identità personale. Gli effetti più negativi possono infine generare pensieri suicidari e di coping patologico, crisi nelle relazioni familiari, distress fisici, disturbi del sonno, ecc..

 

Cosa possiamo fare per imparare a gestire le nostre emozioni sul contesto di lavoro?

Possiamo inizialmente esercitarci a riconoscere il percorso delle nostre emozioni. Un semplice esercizio di allenamento potrebbe essere il seguente:

1) cerchiamo di identificare le nostre ed altrui emozioni e concentriamoci sull’espressione del viso, sul tono della voce, sulla situazione che stiamo vivendo;

2) proviamo a utilizzare meglio le nostre emozioni lavorando sulla consapevolezza dei nostri stati d’animo, “che cosa sto provando e perché”;

3) comprendiamo e decifriamo le nostre emozioni (impariamo a dare un nome alle nostre emozioni, ad esempio felicità/estasi, shock/dolore, ecc.);

4) possiamo essere un po’ più pronti per la gestione delle nostre emozioni, ovvero per la regolazione delle stesse.

 

L’esercizio precedente può essere ancora più raffinato se, ad esempio, ci soffermiamo di più in alcune fasi previste come quella di allenarci a dare un nome alle nostre emozioni. E allora scopriremo che possiamo esprimere l’emozione “Gioia” anche come divertimento, euforia, estasi, felicità. Scopriremo che descriviamo l’emozione “Rabbia” come collera, furia, animosità, ira, violenza, irritazione, fastidio. Ed ancora possiamo decifrare l’emozione “Tristezza” con dolore, abbattimento, solitudine, pena.

 

Se poi vogliamo esplorare ancora di più le nostre emozioni possiamo iniziare ad esercitarci a valutare le intensità delle emozioni stesse. Proviamo con alcuni esempi:

Emozione Bassa intensità Alta intensità
Gioia Serenità Estasi
Paura Preoccupazione Terrore
Tristezza Malinconia Dolore

Un secondo utile esercizio per riconoscere e gestire il nostro percorso emotivo può essere il seguente:

1. Definiamo bene la
situazione che ci accade
o ci è accaduta
(descriviamola)
2. Proviamo a
riconoscere
l’emozione che
abbiamo provato
(diamole un nome)
3. Riflettiamo su
cosa volevamo fare
e reagire
(lo stato d’animo
del momento)
4. Riflettiamo su quello
che realmente abbiamo fatto e
chiediamoci perché
(consapevolezza e gestione delle
emozioni)

Per finire possiamo esercitarci a riconoscere le due facce dell’emozione. Questo ci aiuta ad utilizzare meglio le nostre emozioni. Facciamo degli esempi. Quali possono essere le due facce dell’emozione “Paura”? La valutazione negativa della Paura può portare al panico, all’apprensione, alla svalutazione di sé. Se invece proviamo a guardare l’emozione Paura da una angolazione diversa forse possiamo scoprire utili integratori che ci aiutano a gestire l’emozione Paura come eccitazione, concentrazione, capacità di trovare altre soluzioni, azione, ecc.Ed ancora per l’emozione “Rabbia”. La valutazione negativa dell’emozione Rabbia ci può portare a scoppi d’ira, scarse soluzioni, fuga, passività, colpevolizzazioni. Se invece scopriamo meglio i nuovi integratori che ci aiutano a guardare l’altra faccia della Rabbia, possiamo renderci conto invece che l’emozione Rabbia ci può aiutare ad essere più determinati, anche creativi e a essere più assertivi.

Buone emozioni!  

Paolo Fusari (psicologo del lavoro – Trieste)