ATTIVATA DAL MIUR LA CARTA DEL DOCENTE 2016-17

La carta del docente è una iniziativa del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca prevista dalla legge 107 del 13 luglio 2016 (Buona Scuola), art. 1 comma 121, che istituisce la Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione dei docenti di ruolo delle istituzioni scolastiche. I docenti possono utilizzare il bonus di 500 euro assegnato annualmente per sostenere i costi di iscrizione ai corsi formativi riconosciuti dal MIUR, a livello centrale o dagli Uffici Scolastici Regionali a livello periferico.

La carta del docente 2016-17 è attiva.

Dal 1° dicembre è attiva l’applicazione web che permette ai docenti di spendere l’importo assegnato utilizzando annualmente Buoni di spesa elettronici per i beni o i servizi previsti.

Per approfondimenti sull’utilizzo, per registrarsi e per attivare i buoni spesa vai al sito : https://cartadeldocente.istruzione.it/#/

FORMAZIONE ESPANDE SI ATTIVA PER IL RICONOSCIMENTO DEI CORSI PER INSEGNANTI

La legge 107/2015 , cosiddetta della “Buona scuola”, prevede che nel proprio POFPiano dell’offerta formativa triennale ogni istituzione scolastica inserisca anche un programma di azioni formative per i docenti, quale fattore decisivo per qualificare un sistema educativo moderno ed efficace.

21163021_mlFormazione Espande ha messo a punto e presentato agli Uffici Scolastici di alcune regioni delle proposte formative per rispondere ai nuovi bisogni della professionalità docente, in particolare per lo sviluppo delle competenze trasversali, relazionali, metodologiche e organizzative.

Due sono i canali formativi che la normativa intende incentivare, anche con l’apporto di soggetti accreditati pubblici e privati (circolare MIUR n. 35 del 7 gennaio 2016): il primo riguarda la carta elettronica per i docenti con un budget annuale da utilizzare per la formazione a libera iniziativa individuale, il secondo invece va a sostenere le azioni formative organizzate direttamente dalle istituzioni scolastiche singole o associate in rete.

I  corsi proposti da Espande possono rientrare in entrambi i suddetti canali e, qualora riconosciuti, saranno attuati a partire dal prossimo anno scolastico.

  • Educare alla consapevolezza (Calabria, Friuli Venezia Giulia; Veneto, Piemonte, Emilia Romagna)
  • Mindfulness a scuola (Calabria, Friuli Venezia Giulia; Veneto, Piemonte, Emilia Romagna)
  • Prevenzione, gestione e buone pratiche nei comportamenti-problema e nell’aggressività in ambito scolastico (Friuli Venezia Giulia; Veneto)
  • Gestione dell’interazione nelle relazioni professionali di aiuto (Friuli Venezia Giulia; Veneto)
  • Agorà – scuola di libero pensiero e filosofia pratica (Piemonte)
  • Improvvisazione teatrale (Piemonte)
  • Comunicare e relazionarsi efficacemente (Emilia Romagna)

Corsi e seminari di Formazione Espande a Imola (BO) – presentazione giovedì 25 febbraio

 

Dalla fine di questo mese prenderà il via a Imola una serie di corsi e seminari inerenti a comunicazione, relazione, gestione dello stress, mindfulness e capacità di attenzione, educazione, empowerment personale, consapevolezza e capacità di scegliere.
Il programma delle attività verrà presentata da Sauro Tronconi (Ceo di Espande S.r.l. e divulgatore:

GIOVEDÌ 25 FEBBRAIO
alle ore 20

presso il Centro Espande QuieOra in via Prampolini 10.

 

Info: tel. 0542683774formazione@espande.it

Per maggiori dettagli sui corsi in programma —>

POTERE SU SE STESSI …per scegliere cosa fare, dove andare e chi avere come compagni di viaggio

Tutti vogliamo una vita felice e con tutte le soddisfazioni possibili.

Sappiamo che si dice, “ciascuno crea il proprio destino”, ma spesso ci sentiamo intrappolati in una rete che pare trattenerci o spingerci in una direzione inevitabile, illusi da falsi desideri.

In questo seminario, condotto da Sauro Tronconi, creeremo assieme alcune condizioni per stare bene ed imparare a sentire quella forza e fiducia in noi stessi che sta alla base di una condizione esistenziale soddisfacente.

Corsi / seminari a Cosenza, Forlì Imola, Merano, Milano, Treviso, Trieste e Venezia

Vai alla scheda del corso

LE EMOZIONI NON STANNO “FUORI” DAL CONTESTO DI LAVORO

A cura di Paolo Fusari (psicologo del lavoro – Trieste)

 

Il termine emozione deriva etimologicamente dal verbo latino “emovere”, che significa trasportare fuori, smuovere, scuotere. Sarebbe sufficiente tale precisazione per comprendere l’importanza delle emozioni anche nel contesto organizzativo e lavorativo. Si rafforza ancora la rilevanza delle emozioni nel lavoro se si considera che l’emozione stessa è una reazione ad un evento esterno o interno a noi, di natura sociale, in quanto avviene in relazione agli altri o a delle situazioni, e che ogni evento può provocare emozioni diverse, anche in funzione del valore che assume per la persona stessa.

 

 

Non esistono emozioni “buone o cattive”

E’ noto che non esistono emozioni ‘buone o cattive”, “belle o brutte” e ciò che conta è invece una efficace gestione delle stesse. Di fronte alle emozioni ogni persona risponde con diverse modalità, anche soggettive, ma prevalentemente in modo fisiologico, tonico, posturale, motorio ed espressivo. Le emozioni ci influenzano sempre, in ogni momento della nostra vita di relazione, perché, ad esempio, di fronte a eventi dello stesso tipo tendiamo a comportarci in maniera differente anche a seconda del buono o cattivo umore del momento. In breve le emozioni “si vedono”, “si esprimono”, “si riconoscono” e per questo è necessario imparare a saperle gestire, soprattutto, ma non solo, nel contesto di lavoro. Ciò diventa fondamentale per acquisire una consapevolezza circa le modalità personali di gestione delle emozioni, per sviluppare la capacità di gestire il rapporto con gli altri, con gli interlocutori critici e nelle situazioni difficili. Consente infine di migliorare la capacità della persona di trasmettere sicurezza ed ottenere consenso dall’altro.

 

Perché l’attenzione alle emozioni sul lavoro

Nei contesti di lavoro le relazioni tra le persone sono anche fortemente emotive, occorre ad esempio imparare a negoziare con chi sta accanto e mediare posizioni, che spesso non sono mai razionali. Riconoscere e saper gestire più efficacemente le emozioni sul posto di lavoro consente poi alla persona di valutare meglio l’ambiente circostante, di prepararsi all’azione regolando il “sistema corpo”, di comunicare le proprie intenzioni e mantenere un necessario monitoraggio personale.

Gestire le emozioni sul lavoro vuol dire operare per il benessere psicologico della persona e dell’organizzazione  in quanto le emozioni sono anche fonte ricca di informazioni ed energia perché  aiutano nel processo di decodifica e comprensione dell’altro.

Nel contesto di lavoro “il lavoro sulle emozioni” rafforza le abilità delle persone e le relazioni, perché sempre più le persone sono il fattore differenziante di una organizzazione, perché in una organizzazione le persone sono e producono maggior valore, perché le emozioni predicono il 55% dei fattori chiave di successo, ovvero della performance.

 

Le emozioni di base e la paura della perdita

La rabbia, la tristezza, la paura e la gioia sono alcune delle prime emozioni di base che una persona manifesta e che ovviamente si provano ed esprimono anche nei contesti di lavoro. Pur non sottovalutando le emozioni di base quali la rabbia, la tristezza e la gioia, quotidianamente espresse dalle persone durante l’attività lavorativa, la crisi attuale del lavoro pone l’accento sull’impatto forte che l’emozione paura (paura della perdita del lavoro) ha rispetto alle reazioni ad un evento stressante. L’emozione paura può essere generata da altre persone o da eventi esterni, da pulsioni o emozioni più interne e le reazioni più comuni possono essere la fuga o la paralisi. Nel lavoro, ad esempio, si può aver paura per la percezione dell’incertezza, per la perdita del senso di sé (autostima, autoefficacia, identità), per la perdita delle capacità di interazione (interpersonali e sociali), per la perdita del potere e del controllo, per la perdita del ruolo sociale, per la perdita della prospettiva temporale (speranza, progetti, desideri), per la perdita dell’autonomia (dipendenza ed assistenza) e per la perdita delle routines personali e comportamentali.

Questo forte panorama di (emozione) paura delle perdite nel lavoro produce effetti altrettanto negativi dal punto di visto emotivo, cognitivo e comportamentale. Possono aumentare altresì, in base alla valutazione soggettiva di ogni persona, il senso di rabbia, di irritabilità, di aggressività oppure il senso di colpa, la vergogna, la paura di non farcela, lo scoraggiamento, la perdita di controllo e della speranza. Le persone possono poi reagire manifestando condizioni di ansia, di depressione, di apatia e autoisolamento con un intorpidimento delle difese ed un abbassamento della stima di sé e dell’identità personale. Gli effetti più negativi possono infine generare pensieri suicidari e di coping patologico, crisi nelle relazioni familiari, distress fisici, disturbi del sonno, ecc..

 

Cosa possiamo fare per imparare a gestire le nostre emozioni sul contesto di lavoro?

Possiamo inizialmente esercitarci a riconoscere il percorso delle nostre emozioni. Un semplice esercizio di allenamento potrebbe essere il seguente:

1) cerchiamo di identificare le nostre ed altrui emozioni e concentriamoci sull’espressione del viso, sul tono della voce, sulla situazione che stiamo vivendo;

2) proviamo a utilizzare meglio le nostre emozioni lavorando sulla consapevolezza dei nostri stati d’animo, “che cosa sto provando e perché”;

3) comprendiamo e decifriamo le nostre emozioni (impariamo a dare un nome alle nostre emozioni, ad esempio felicità/estasi, shock/dolore, ecc.);

4) possiamo essere un po’ più pronti per la gestione delle nostre emozioni, ovvero per la regolazione delle stesse.

 

L’esercizio precedente può essere ancora più raffinato se, ad esempio, ci soffermiamo di più in alcune fasi previste come quella di allenarci a dare un nome alle nostre emozioni. E allora scopriremo che possiamo esprimere l’emozione “Gioia” anche come divertimento, euforia, estasi, felicità. Scopriremo che descriviamo l’emozione “Rabbia” come collera, furia, animosità, ira, violenza, irritazione, fastidio. Ed ancora possiamo decifrare l’emozione “Tristezza” con dolore, abbattimento, solitudine, pena.

 

Se poi vogliamo esplorare ancora di più le nostre emozioni possiamo iniziare ad esercitarci a valutare le intensità delle emozioni stesse. Proviamo con alcuni esempi:

Emozione Bassa intensità Alta intensità
Gioia Serenità Estasi
Paura Preoccupazione Terrore
Tristezza Malinconia Dolore

Un secondo utile esercizio per riconoscere e gestire il nostro percorso emotivo può essere il seguente:

1. Definiamo bene la
situazione che ci accade
o ci è accaduta
(descriviamola)
2. Proviamo a
riconoscere
l’emozione che
abbiamo provato
(diamole un nome)
3. Riflettiamo su
cosa volevamo fare
e reagire
(lo stato d’animo
del momento)
4. Riflettiamo su quello
che realmente abbiamo fatto e
chiediamoci perché
(consapevolezza e gestione delle
emozioni)

Per finire possiamo esercitarci a riconoscere le due facce dell’emozione. Questo ci aiuta ad utilizzare meglio le nostre emozioni. Facciamo degli esempi. Quali possono essere le due facce dell’emozione “Paura”? La valutazione negativa della Paura può portare al panico, all’apprensione, alla svalutazione di sé. Se invece proviamo a guardare l’emozione Paura da una angolazione diversa forse possiamo scoprire utili integratori che ci aiutano a gestire l’emozione Paura come eccitazione, concentrazione, capacità di trovare altre soluzioni, azione, ecc.Ed ancora per l’emozione “Rabbia”. La valutazione negativa dell’emozione Rabbia ci può portare a scoppi d’ira, scarse soluzioni, fuga, passività, colpevolizzazioni. Se invece scopriamo meglio i nuovi integratori che ci aiutano a guardare l’altra faccia della Rabbia, possiamo renderci conto invece che l’emozione Rabbia ci può aiutare ad essere più determinati, anche creativi e a essere più assertivi.

Buone emozioni!  

Paolo Fusari (psicologo del lavoro – Trieste)

BIOENERGETICA, INTEGRAZIONE DI MENTE E CORPO

A cura di Massimo Bucher, fisioterapista

 

“Ci vuole veramente poco per sentirsi vivi e vibranti, basta cominciare ad abbandonare il controllo che abbiamo su di noi e lasciare il corpo muoversi, respirare, giocare. Ognuno ha i suoi tempi, è sbagliato cercare risultati nell’immediato.

 

L’armonia del corpo e della mente è la condizione essenziale per mantenere la salute e il benessere. Stabilità che, oggi, risulta sempre più difficile da raggiungere nonché da mantenere a causa delle condizioni stressanti a cui tutti, nostro malgrado, siamo sottoposti. Gli innumerevoli impegni che costellano la nostra vita e le forti pressioni che subiamo creano in noi pesanti squilibri che non ci consentono di vivere appieno, spegnendo quelle emozioni orientate al piacere e alla gioia di vivere.

La struttura della nostra società, certo non ci viene in aiuto, sottoponendoci di continuo ad un bombardamento da parte dei media di modelli legati all’immagine, al potere e al denaro che ci spingono all’imitazione e all’omologazione. Le figure che le pubblicità ci propongono sono figure perfette, che tendono a far scomparire l’idea di vecchiaia, sofferenza, diversità, morte, “esaltando” l’efficienza e la superficialità. Sono tutti modelli irraggiungibili che non possono che generare false aspettative non realizzabili e che conducono a terribili frustrazioni che, se non gestite con equilibrio, possono comportare anche dei malesseri di ordine fisico oltre che psicologico.

È per questo motivo che negli ultimi anni stiamo assistendo ad una vera e propria esplosione di discipline che si awalgono di un approccio olistico alla salute, promuovendo l’integrazione della mente e del corpo. “È solo nella perfetta armonia tra corpo, mente ed emozioni che possiamo raggiungere un senso di integrità morale e personale, di amore per gli altri e di rapporto con il divino”, sostiene Alexander Lowen, fondatore della terapia bioenergetica.

Che cos’è la bioenergetica?

È un percorso pratico che si basa su esercizi fisici e di respirazione per conoscere noi stessi e creare armonia, forza e piacere dentro di noi. Si basa su una visione olistica dell’uomo per cui mente e corpo sono espressione di un’unica sorgente di impulsi, di energia vitale. Spesso non siamo in contatto con noi stessi, col nostro corpo, col nostro sentire, ed allora percepiamo il nostro pensiero come qualcosa di scollegato dal fisico. Questo può provocare disagi e tensioni nella nostra vita.

A cosa serve ?

Serve a stare bene con noi stessi, a trovare vitalità e piacere dentro di noi, a sentirsi vivi e svegli e a godere della nostra vita”.

Riesce davvero a sbloccare le tensioni e a stabilizzare il nostro equilibrio psicofisico?

Lavorando sul corpo e sul respiro ci si sente più presenti, vivi e vitali. Si sperimentano movimenti che permettono di sfogare le tensioni accumulate. Le tensioni sono pensieri ed emozioni rimasti dentro di noi e non espressi; nel tempo si strutturano come corazze muscolari che ci appesantiscono e limitano la nostra energia di base.

Per quanto tempo è necessario praticare al fine di goderne i suoi vantaggiosi effetti?

Ci vuole veramente poco per sentirsi vivi e vibranti, basta cominciare ad abbandonare il controllo che abbiamo su di noi e lasciare il corpo muoversi, danzare, sciogliersi, respirare, giocare. Certo è che ognuno ha i suoi tempi, ma è sbagliato cercare effetti o risultati nell’immediato. L’importante è trovare il piacere di sentire se stessi. Non è terapia ma piuttosto un percorso di autoconoscenza per vivere nella meraviglia del presente.

A PROPOSITO DI MEDITAZIONE E DI MINDFULNESS

a cura di Piero Vattovani, psicologo

 

Che cos’è la meditazione?

Spiegare cosa è la meditazione non è semplice, perché la meditazione in primo luogo è un’esperienza, fisica, emozionale e spirituale, che porta ad una profonda consapevolezza di sé in connessione con gli altri e con il mondo che ci circonda. Più che una specifica tecnica è quindi uno stato dell’essere e, come tale, ha bisogno di essere sperimentato e vissuto.

Detto questo, si possono richiamare i  due significati principali del termine meditazione, quello occidentale (dal lat. meditatio = riflessione) più legato ad un processo mentale di focalizzazione e approfondimento sulla realtà, interiore o esteriore che sia, e quello orientale (dyana in sanscrito) che invece si rifà ad una visione e ad uno stato unitario dell’energia psico-fisica nell’uomo da raggiungere e incrementare anche tramite specifiche tecniche di respirazione, movimento, attenzione.

Ancora un’ultima osservazione etimologica che aiuta a cogliere un’altra sfumatura della meditazione: la radice latina di meditare deriva dal verbo “mederi” che si traduce con “prendersi cura di” …ma di che cosa , se non di se stessi, nella propria interezza fatta di corpo, di cuore, di mente e di spirito nel presente del “qui ed ora”, cioè nel mondo concreto e quotidiano di ciascuno di noi.

 

Che cos’è la “mindfulness” ?

Mindfulness in inglese significa consapevolezza, cioè lo stato dell’essere cui generalmente tende la meditazione, ed è la traduzione del termine sanscrito “sati”. L’importanza e la pratica della consapevolezza, che in realtà ha accompagnato trasversalmente lo sviluppo dell’uomo in tutte le culture, è uno dei fondamenti dell’insegnamento del Buddha e di tutta la tradizione che da esso ha preso origine, nonché di tutte le altre tecniche millenarie di meditazione messe a punto in tempi e luoghi diversificati. Nel corso degli ultimi decenni queste tecniche si sono diffuse in occidente prima in ristrette comunità e ora a livello sempre più allargato, quasi di massa, sia come pratica culturale alternativa sia come tecnica di cura nell’ambito di alcuni filoni delle psicoterapia e delle medicina olistica.  Attualmente il termine “mindfulness”, in contesti terapeutici e psicologici, è generalmente associato all’utilizzo della pratica meditativa finalizzato alla riduzione dello stress, sebbene sia sostanzialmente un adattamento di una forma di meditazione tradizionale basata sull’attenzione consapevole al corpo, al respiro e al flusso di pensieri.

 

A cosa serve meditare ?

Meditare, indipendentemente dalla tecnica utilizzata, ha vari effetti interessanti e positivi a livello fisico, emotivo e mentale. In questi ultimi anni ci sono stati molti studi scientifici, in ambito medico e psicologico, che hanno dimostrato come la meditazione agisca direttamente sui circuiti neuronali influenzando ed equilibrando l’attività e l’interazione tra le varie funzioni del cervello. La pratica meditativa agisce anche sul livello di produzione e di messa in circolo degli ormoni e dei neurotrasmettitori coinvolti direttamente con l’attivazione e la disattivazione delle emozioni e dello stress e con la regolazione del sistema immunitario.

In sintesi meditare contribuisce al benessere psicofisico generale, aiuta a smorzare le reazioni emozionali disturbanti, aumenta la capacità di concentrazione, la sensibilità percettiva e la creatività. Inoltre, al di là di questi benefici che trovano riscontro nella vita quotidiana, la meditazione è uno strumento potente ed indispensabile per l’auto consapevolezza e lo sviluppo interiore: allora da semplice tecnica si trasforma in atteggiamento emozionale profondo nei confronti della vita e del mondo.

 

Si può meditare nelle vita convulsa di tutti i giorni ?

Non è complesso né richiede tanto tempo, basterebbe la costanza di stare seduti in silenzio, anche solo per un decina di minuti ogni giorno, per sentire già alcuni effetti benefici. Purtroppo il problema principale per l’uomo contemporaneo è la presunta “mancanza di tempo” derivata dagli impegni e dalle pressioni della vita sociale e lavorativa. Così anche un impegno tanto banale diventa improponibile e quasi impossibile da ricordare dopo la novità dei primi giorni: spesso solo il pungolo di una crisi o di uno stato di sofferenza interiore riesce ad innescare la continuità necessaria per l’apprendimento dello strumento ma, come si è detto, non è solo questione di tecnica.

L’attuale momento di notorietà della “mindfulness” in ambito terapeutico e aziendale può sicuramente contribuire alla diffusione della meditazione. Ma tale opportunità contiene anche il rischio che questa pratica possa essere ridotta al solo ruolo di contenimento dell’ansia e dello stress, effetti di una vita frenetica e alienata, perdendo la sua indipendenza e le sue peculiarità, caratteristiche che la rendono prezioso strumento per chi non vuole semplicemente “sedarsi” ma vuole invece investire sullo sviluppo di sé attraverso la propria comprensione, autonomia e creatività.

 

Qualche consiglio per iniziare ?

Poiché la meditazione è una pratica, va conosciuta e appresa solo attraverso la sperimentazione costante, senza perdersi in eccessive elucubrazioni, discussioni, letture e approfondimenti teorici, proprio come non si può imparare a nuotare o a sciare leggendo solo dei manuali.

Le tecniche sono molte e per orientarsi ed iniziare può essere utile prendere spunto da un libro o frequentare un corso, ma in realtà basterebbe trovare un momento delle giornata, 10 minuti al mattino o alla sera, in un posto tranquillo della casa, in cui si può stare seduti comodi (va benissimo su di una sedia) con la schiena dritta, le braccia e le spalle rilassate, le mani che appoggiano sulle ginocchia e restare in silenzio a sentire il proprio corpo, il respiro, osservando i pensieri che vanno e vengono. Senza intervenire, senza fare niente, senza giudicare o giudicarsi, stare lì e basta e vedere cosa succede al corpo, alle emozioni e alla mente in questa situazione nuova.

Il tutto è più semplice di come sembra: se si riesce a mantenere una costanza di qualche mese, il resto verrà da sé, altrimenti… si può sempre ricominciare…con una rinnovata attenzione e una più profonda comprensione, così le resistenze e gli ostacoli diventeranno alimento e stimolo per meditare di più e meglio.